Chiesa S.S. Salvatore Alcamo

Chiesa del Santissimo Salvatore AlcamoVarcata la soglia di un anonimo portone, che si apre sulla via Rossotti, ci si trova all’interno di una tra le più eleganti e meno conosciute chiese settecentesche di Alcamo: quella del SS. Salvatore, volgarmente chiamata dagli alcamesi, Badia Grande.

Questa fa parte di un vasto complesso monumentale che un tempo ospitava il più antico e importante monastero benedettino della nostra città. Esistente già nel 1308 si trova nel quartiere della chiesa madre ed il prospetto si affaccia sull’arteria principale dell’antica città murata, oggi appunto via Rossotti, che conduce dal borgo di San Vito al castello.

La chiesa del monastero, nel corso dei secoli, viene sottoposta ad ogni tipo di rifacimenti ed abbellimenti. Le forme attuali sono quelle settecentesche volute dalla badessa Maria Vincenza Patti che si rivolge, nel 1758, al maestro stuccatore Bartolomeo Sanseverino per la realizzazione dell’intera decorazione in stucco, il cui fulcro è costituito dalle otto statue allegoriche per la nave e da due angeli per la zona absidale.

Non è casuale la scelta del soggetto delle statue, che servono da monito alle monache.

Ritroviamo, infatti, otto figure femminili che rappresentano: la Religione, sulla cui mano vi è il pane ed il vino, simboli del sacrificio eucaristico, la Fede, raffigurata con il simbolo della Trinità, la Speranza, con il globo, la Carità, con il cuore ardente d’amore.

Le monache devono anche tenere presente: la Rinunzia al mondo, resa con una statua che ha ai piedi una corona, simbolo delle ambizioni terrene, la Pazienza, raffigurata con una mano sul fuoco e la Vigilanza con un gallo ai piedi.  La Felicità, premio per tutte coloro che rispettano la regola, ha nelle mani la palma, simbolo della vittoria.

Nella realizzazione di questo superbo apparato decorativo, il Sanseverino e la sua committente, tengono presente quello commissionato nel 1724 a Giacomo Serpotta dalle monache di un altro monastero benedettino alcamese, quello di San Francesco di Paola, detto della Badia Nuova.

Non è il primo intervento alcamese di Giacomo, che nel 1722 lavora per la chiesa del monastero di Santa Chiara per cui realizza due statue, raffiguranti la Giustizia e la Carità.

Non a caso la scelta ricade su Bartolomeo Sanseverino il quale, formatosi sotto l’egida del famoso Giacomo Serpotta, è l’unico vero continuatore dell’opera del maestro, morto nel 1732.

Nello stesso periodo la chiesa viene decorata dal pittore Carlo Brunetti con un ciclo di affreschi sulla volta, raffiguranti San Benedetto fra una schiera di santi e l’Agnello sacrificale fra angeli, e con la tela sull’altare maggiore che rappresenta la Trasfigurazione.

Nella chiesa del SS. Salvatore sopravvivono anche opere anteriori ai rifacimenti settecenteschi, per cui la statua di San Benedetto, realizzata nel 1545, commissionata dalla suor Francesca D’Oria ad Antonino Gagini e la custodia a cui lavora lo stesso Gagini, a partire dal 1554, su commissione della badessa Margherita Montesa, completata poi da Baldassare Massa nel 1557, sono le opere che testimoniano l’antichità del monastero.

Le cappelle laterali accolgono due tele seicentesche, di controversa attribuzione, rispettivamente raffiguranti l’Estasi di Santa Teresa e l’Assunzione della Vergine e un Crocifisso del seicento, opera d’ignoto.

Tra le opere salvatesi dal “tritacarne della storia”, provenienti da questo monastero, ritroviamo, nella collezione del museo della chiesa madre di Alcamo, un raffinato pastorale d’argento e rame.

L’opera, risalente alla fine del XVI secolo, è riferibile alla bottega dei Saltarello il cui capostipite è Paolo, originario di Mazara, che si sposa ad Alcamo ed ha un figlio, Giovan Battista, che viene avviato all’attività paterna. Il legame tra questa famiglia di artisti e il nostro più famoso letterato del periodo è il battesimo del poeta Sebastiano Bagolino il cui padrino è proprio Paolo Saltarello.

L’abbandono e l’incuria della chiesa del SS. Salvatore iniziano con il 1866 quando vengono sequestrati i beni degli ordini religiosi e le ultime monache vengono trasferite nel monastero della Badia Nuova.

Il complesso monastico conosce varie destinazioni: caserma, uffici comunali e alla fine istituto scolastico. La chiesa, gravemente compromessa dal terremoto del 1968, viene chiusa al culto.

Al degrado dell’intero edificio si assiste anche alla dispersione del suo prezioso corredo di opere. Nel dicembre del 1981 vengono trafugate alcune delle antiche sculture della chiesa e tra queste delle formelle appartenenti alla custodia di Antonino Gagini e Baldassare Massa. Undici anni dopo una parte delle formelle viene rinvenuta fortunatamente presso la Sotheby’s di Londra.

Grazie agli ultimi interventi di consolidamento della precaria zona absidale si è riusciti a restituire al culto, ed alla gioia degli appassionati, questo gioiello architettonico per il quale si auspica un restauro completo.                                                                                                                       

  Francesco Melia


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